Una seconda attività può entrare nella stessa partita IVA, ma il prezzo della variazione non è uguale per tutti. La spesa può essere nulla se si presenta autonomamente il modello fiscale, oppure comprendere diritti camerali, imposta di bollo, compenso del commercialista e nuovi adempimenti autorizzativi. Qui chiarisco quanto può costare l’aggiunta di un codice ATECO e quali conseguenze verificare prima di iniziare.
Aggiungere un codice ATECO spesso costa poco, ma il totale dipende dalla pratica
- Professionista senza intermediario: la variazione all’Agenzia delle Entrate è generalmente gratuita.
- Commercialista: per una pratica semplice il compenso può aggirarsi tra 50 e 150 euro.
- Impresa individuale: la pratica camerale richiede di norma 18 euro di diritti, con bollo da verificare.
- Società: i diritti di segreteria sono spesso pari a 30 euro, oltre agli eventuali costi professionali.
- Attività regolamentate: possono aggiungersi SCIA, requisiti professionali, autorizzazioni e costi previdenziali.
Quanto costa aggiungere un codice ATECO alla partita IVA
La prima distinzione da fare riguarda il tipo di titolare. Un libero professionista che aggiunge un’attività alla partita IVA comunica la variazione all’Agenzia delle Entrate, normalmente tramite modello AA9/12, e non paga un diritto per la semplice comunicazione fiscale. Se prepara e invia tutto in autonomia, il costo della pratica può quindi essere pari a zero.
Quando entra in gioco un commercialista, il prezzo dipende dal lavoro richiesto. Per una variazione semplice, senza analisi aggiuntive, considero realistico un intervallo di 50-150 euro. Se occorre valutare il codice più corretto, il regime fiscale, il coefficiente di redditività o la posizione previdenziale, il compenso può salire a 150-300 euro. Non esiste una tariffa nazionale obbligatoria: conviene chiedere in anticipo se il preventivo comprende anche l’aggiornamento presso INPS o Camera di commercio.
| Situazione | Costi amministrativi indicativi | Possibile compenso professionale |
|---|---|---|
| Professionista, variazione autonoma | 0 euro | 0 euro |
| Professionista con commercialista | Di norma nessuno | 50-150 euro |
| Impresa individuale iscritta al Registro Imprese | 18 euro di diritti, bollo da verificare | 50-200 euro circa |
| Società | Spesso 30 euro di diritti, oltre agli eventuali bolli | 100-300 euro o più |
Le cifre per il commercialista sono prezzi di mercato indicativi, non importi fissati dalla legge. Io guarderei soprattutto cosa include il servizio: una pratica economica ma limitata alla compilazione può costare meno, mentre un controllo completo evita errori che in seguito possono essere molto più costosi.
La procedura cambia tra professionista, ditta e società
Il caso del libero professionista
Il professionista persona fisica comunica l’inizio della nuova attività all’Agenzia delle Entrate entro 30 giorni dalla variazione. L’Agenzia delle Entrate utilizza il modello AA9/12 per le dichiarazioni di variazione dei dati dei titolari individuali di partita IVA.
Nel modello bisogna indicare il codice ATECO principale e gli eventuali codici secondari, descrivendo attività realmente esercitate. Il codice prevalente dovrebbe rappresentare quella che produce il volume d’affari più significativo, oppure quella che identifica meglio l’attività principale secondo i criteri applicabili. Non sceglierei mai un codice soltanto perché ha un coefficiente fiscale più conveniente.
Il caso dell’impresa individuale
Chi è iscritto al Registro Imprese deve normalmente utilizzare la Comunicazione Unica, così da aggiornare in modo coordinato Registro Imprese, Agenzia delle Entrate e, quando necessario, INPS. Per una modifica dell’attività dell’impresa individuale, i diritti di segreteria sono spesso pari a 18 euro.
L’imposta di bollo non è sempre dovuta per la sola variazione dell’attività. Dipende dal contenuto della pratica e dalle regole applicate dalla Camera di commercio competente. In alcune procedure il bollo non si paga per la modifica dell’attività, mentre può comparire se la comunicazione comprende anche altri aggiornamenti.
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Il caso delle società
Per una società la variazione passa anch’essa dalla Comunicazione Unica, ma la pratica può essere più articolata. I diritti di segreteria sono generalmente più alti, spesso intorno a 30 euro per la modifica dell’attività, a cui possono aggiungersi il compenso del professionista e gli eventuali costi notarili se la variazione richiede una modifica dell’oggetto sociale.
Questo è il punto che spesso viene sottovalutato. Aggiungere un codice ATECO non equivale sempre a modificare lo statuto, ma se l’attività non rientra nell’oggetto sociale potrebbe servire una delibera o un atto notarile. Prima di inviare la pratica controllerei quindi sia la visura sia lo statuto.

Il prezzo della pratica non è l’unico costo da calcolare
La variazione amministrativa può costare poche decine di euro, ma il nuovo codice può cambiare il modo in cui vengono calcolate imposte e contributi. Nel regime forfettario, per esempio, ogni attività ha un coefficiente di redditività, cioè la percentuale dei ricavi considerata fiscalmente come reddito.
Se si svolgono due attività con coefficienti diversi, i ricavi devono essere separati e applicati al coefficiente corrispondente. Un’aggiunta apparentemente innocua può quindi modificare il reddito imponibile e l’importo delle imposte. Per questo, prima di procedere, chiederei al commercialista una simulazione basata sui ricavi previsti, non una risposta generica.
Anche la previdenza merita attenzione. Il nuovo codice non crea automaticamente una seconda posizione INPS, ma l’attività può incidere sull’inquadramento tra Gestione Separata, Gestione commercianti o Gestione artigiani. In alcuni casi possono comparire contributi minimi, obblighi assicurativi o comunicazioni aggiuntive.
Un esempio concreto aiuta. Un consulente informatico che aggiunge servizi di formazione potrebbe restare nello stesso impianto previdenziale, ma dovrà verificare il codice più adatto e la corretta descrizione dell’attività. Un professionista che avvia anche una vera attività commerciale, invece, potrebbe entrare in un inquadramento contributivo diverso. La differenza non sta nei 18 euro della pratica, ma negli obblighi che seguono.
Quando servono autorizzazioni o costi aggiuntivi
Per molte attività professionali è sufficiente aggiornare la posizione fiscale. Non vale lo stesso per commercio, ristorazione, trasporto, estetica, impiantistica, autoriparazione, pulizie e altre attività soggette a requisiti specifici. In questi casi il codice ATECO è solo una parte dell’adempimento.
Possono essere necessarie una SCIA al SUAP, l’iscrizione a un albo, la nomina di un responsabile tecnico, una certificazione o la dimostrazione di requisiti morali e professionali. La SCIA è la segnalazione certificata di inizio attività con cui si comunica al Comune di avere le condizioni richieste per operare.
- Per attività artigiane può servire l’iscrizione o la variazione all’Albo Artigiani.
- Per attività commerciali può essere necessario aggiornare la posizione presso il SUAP.
- Per impiantisti, autoriparatori e attività simili possono esserci diritti aggiuntivi e requisiti tecnici.
- Per alimenti, sanità e servizi alla persona possono essere richieste autorizzazioni specifiche.
In questi casi il costo finale può passare da qualche decina di euro a diverse centinaia, soprattutto se servono consulenze tecniche, corsi obbligatori o documentazione. L’aggiunta del codice non autorizza da sola a svolgere l’attività: classifica ciò che fai, ma non sostituisce le licenze.
Gli errori che fanno aumentare la spesa
Il primo errore è scegliere un codice ATECO troppo generico o basato sul nome commerciale dell’attività. La classificazione va collegata a ciò che si vende o si realizza davvero, non soltanto al modo in cui ci si presenta online. Un codice errato può creare problemi con fatture, controlli fiscali, INPS, assicurazioni e autorizzazioni comunali.
Il secondo è confondere l’aggiunta di un’attività con il semplice aggiornamento alla classificazione ATECO 2025. Nel 2026 questa è la classificazione di riferimento, ma il passaggio da un vecchio codice al nuovo non sempre significa che sia nata una nuova attività. Quando si tratta solo di riallineare i dati, la pratica può avere un trattamento diverso e in alcuni casi risultare esente da diritti e bolli.
Il terzo errore è aggiornare l’Agenzia delle Entrate e dimenticare la Camera di commercio, oppure fare l’opposto. I dati devono essere coerenti tra partita IVA, visura camerale, INPS e SUAP, quando questi enti sono coinvolti. Una visura non aggiornata può creare difficoltà con banche, clienti aziendali e richieste di autorizzazione.
Infine, molti guardano solo al compenso del professionista e ignorano i costi ricorrenti. Un nuovo inquadramento può comportare contributi, assicurazioni, software, POS, formazione o adempimenti contabili. Prima di approvare un preventivo, chiederei sempre due numeri distinti: il costo una tantum della variazione e il costo annuo aggiuntivo.
Prima di inviare la variazione, controlla queste tre cose
- Attività reale: il codice deve descrivere ciò che svolgi concretamente e non soltanto l’attività che sembra più conveniente fiscalmente.
- Adempimenti collegati: verifica se servono ComUnica, aggiornamento INPS, SCIA, Albo Artigiani o altre autorizzazioni.
- Impatto economico: calcola coefficienti di redditività, contributi e costi annuali oltre al prezzo della pratica.
Per una partita IVA professionale la semplice aggiunta può essere gratuita, mentre per un’impresa il costo amministrativo parte spesso da 18 euro e cresce con la complessità. La scelta più prudente è farsi confermare per iscritto codice, data di decorrenza, costi della pratica e conseguenze fiscali. In questo modo si evita di risparmiare qualche euro oggi per pagare molto di più dopo.