Che cos’è il problem solving? Fasi, tecniche ed esempi

Cosa è il problem solving: tecniche per risolvere problemi tecnici e relazionali, sia in ambito lavorativo che personale.

Scritto da

Arcibaldo Mazza

Pubblicato il

9 lug 2026

Indice

Un cliente cambia richiesta all’ultimo momento, una scadenza salta o un progetto smette di funzionare come previsto. È in situazioni così che capire che cos’è il problem solving diventa utile: non significa avere sempre la risposta pronta, ma saper trasformare un ostacolo in un percorso di analisi e decisione. Qui chiarisco il significato del metodo, le sue fasi, le tecniche più pratiche e il modo in cui un lavoratore autonomo può allenarlo ogni giorno.

Risolvere problemi significa ragionare prima di agire

  • Definizione Il problem solving è la capacità di analizzare un problema, individuare le cause e scegliere una soluzione applicabile.
  • Processo Si parte dal problema reale, si valutano più alternative e si controllano i risultati dopo l’azione.
  • Competenze Servono logica, creatività, ascolto, gestione delle priorità e capacità decisionale.
  • Strumenti I 5 perché, il diagramma causa-effetto e la matrice decisionale aiutano a evitare risposte impulsive.
  • Allenamento La competenza cresce analizzando gli episodi concreti e misurando ciò che ha funzionato.

Che cos’è davvero il problem solving e perché conta nel lavoro

Con problem solving indico un processo strutturato per affrontare e risolvere un problema. Non consiste soltanto nel trovare un’idea brillante, ma nel capire che cosa sta accadendo, distinguere i sintomi dalle cause, confrontare le possibilità e mettere in pratica la scelta più coerente con obiettivi e risorse.

La differenza rispetto alla semplice reazione è importante. Quando reagiamo, spesso cerchiamo di spegnere l’emergenza; quando ragioniamo in modo analitico, proviamo anche a evitare che lo stesso inconveniente si ripeta. Per esempio, sostituire rapidamente un file perso risolve l’urgenza, mentre creare un sistema di backup riduce la probabilità di un nuovo problema.

Per chi lavora in proprio questa competenza ha un peso particolare. Un freelance o un consulente deve spesso gestire da solo clienti, fornitori, tempi, incassi e imprevisti. In questi casi il problem solving diventa una competenza trasversale che collega organizzazione, comunicazione e capacità di prendere decisioni.

Problem solving e decision making non sono la stessa cosa

Il problem solving riguarda l’intero percorso, dalla definizione dell’ostacolo alla verifica della soluzione. Il decision making, cioè il processo decisionale, è invece il momento in cui si sceglie quale alternativa adottare.

Una decisione rapida può essere necessaria quando il tempo è poco, ma non sempre è una buona soluzione. Se il problema è complesso, fermarsi qualche minuto per raccogliere dati e chiarire le priorità spesso evita costi, tensioni e lavoro rifatto.

Le fasi per passare dal problema alla soluzione

Le fasi possono essere presentate in quattro o cinque passaggi, ma nella pratica io preferisco separare anche la verifica finale. Una soluzione non è davvero efficace finché non produce un miglioramento osservabile.

Fase Domanda utile Risultato atteso
Individuazione Che cosa non sta funzionando? Descrizione concreta del problema
Analisi Quali sono le cause principali? Distinzione tra sintomi e cause
Ideazione Quali alternative abbiamo? Più possibili soluzioni
Scelta Quale opzione è sostenibile? Decisione con criteri chiari
Attuazione e controllo La situazione è migliorata? Verifica e correzione del piano

1. Definire il problema senza formule vaghe

“Il progetto è in ritardo” è un’indicazione troppo generica. Una definizione più utile potrebbe essere “la consegna della prima bozza slitta di cinque giorni perché il cliente invia i materiali incompleti”. La precisione permette di concentrarsi su un fatto osservabile, non su una sensazione.

2. Cercare le cause, non soltanto il sintomo

A questo punto raccolgo informazioni, verifico la sequenza degli eventi e chiedo che cosa abbia prodotto l’ostacolo. Se il problema riguarda le consegne, la causa potrebbe essere una richiesta poco chiara, un processo di approvazione confuso o una stima dei tempi troppo ottimistica.

3. Generare alternative

Prima di scegliere, conviene produrre almeno due o tre opzioni realistiche. La prima idea è spesso quella più immediata, non necessariamente quella migliore. In questa fase lascio spazio alla creatività e rimando il giudizio, purché le proposte restino compatibili con tempo, budget e responsabilità.

4. Valutare e scegliere

Le alternative possono essere confrontate in base a efficacia, costi, tempi, rischi e facilità di applicazione. Per un professionista indipendente, una soluzione teoricamente perfetta ma impossibile da gestire da solo non è davvero la soluzione giusta.

5. Applicare, misurare e correggere

La fase operativa deve avere un responsabile, una scadenza e un criterio di verifica. Se introduco un nuovo modulo per raccogliere le richieste dei clienti, posso controllare dopo alcune settimane se sono diminuiti i chiarimenti, i ritardi o le revisioni. Il metodo è iterativo, quindi può richiedere aggiustamenti.

Diagramma che illustra il processo di problem solving: dalla definizione del problema all'identificazione delle cause, fino alla soluzione.

Le tecniche che aiutano a ragionare meglio

Non esiste uno strumento valido per ogni situazione. Le tecniche servono a dare ordine al ragionamento, ma non sostituiscono l’esperienza, il confronto e la conoscenza del contesto.

I 5 perché

Consiste nel chiedersi più volte perché si sia verificato un problema, fino ad arrivare a una causa più profonda. Se una fattura viene pagata in ritardo, il primo perché può essere “il cliente non ha ricevuto i dati corretti”; il secondo può rivelare che i dati non erano raccolti in un modello standard.

Non bisogna fermarsi per forza al quinto perché. Il numero è un riferimento pratico, non una regola matematica. La tecnica funziona meglio quando viene accompagnata da fatti verificabili, altrimenti rischia di trasformarsi in una catena di supposizioni.

Il diagramma causa-effetto

Conosciuto anche come diagramma di Ishikawa, aiuta a ordinare le possibili cause in categorie. In un’attività professionale si possono osservare persone, strumenti, procedure, informazioni, tempi e fattori esterni.

È utile quando il problema ha più origini e non può essere spiegato con una sola responsabilità individuale. Visualizzare i collegamenti riduce la tentazione di accusare subito una persona o un singolo passaggio.

Il brainstorming con criteri chiari

Il brainstorming serve a produrre idee senza scartarle immediatamente. Dopo la fase creativa, però, occorre una valutazione concreta. Io separo sempre i due momenti, perché giudicare ogni proposta mentre nasce tende a bloccare le idee meno convenzionali.

La matrice decisionale

Quando le alternative sono numerose, si possono assegnare punteggi da 1 a 5 a criteri come costo, tempo, impatto e rischio. Il risultato non decide al posto nostro, ma rende visibili i compromessi e aiuta a spiegare la scelta anche a un cliente o a un collaboratore.

Un esempio concreto per chi lavora in proprio

Immaginiamo una consulente che consegna regolarmente i progetti in ritardo. Il problema apparente sembra essere la mancanza di tempo, ma un’analisi più attenta mostra che accetta revisioni illimitate e inizia il lavoro prima di aver ricevuto tutte le informazioni.

La prima mossa utile non è lavorare più velocemente. È definire il problema in termini misurabili, per esempio tre consegne su cinque slittano oltre la data concordata. Poi si osservano le cause, si raccolgono i dati delle ultime commesse e si verifica dove si accumula il ritardo.

Le alternative potrebbero essere diverse:

  • inserire nel contratto un numero preciso di revisioni;
  • usare un modulo iniziale per raccogliere brief e materiali;
  • prevedere una data di avvio solo dopo la ricezione delle informazioni complete;
  • riservare ogni settimana alcune ore agli imprevisti;
  • rivedere le stime dei tempi sulla base dei progetti precedenti.

La scelta migliore potrebbe essere una combinazione di queste misure. Dopo un mese, la consulente dovrebbe controllare non solo se consegna prima, ma anche se il nuovo processo viene rispettato e se la relazione con i clienti è migliorata. Questo esempio mostra che risolvere il problema alla radice spesso significa modificare un sistema, non semplicemente aumentare lo sforzo personale.

Quali competenze servono e come allenarle

Il problem solving unisce capacità diverse. La logica aiuta a leggere i dati, la creatività amplia le alternative, la comunicazione permette di raccogliere informazioni e l’autocontrollo evita decisioni dettate dal panico.

  • Pensiero analitico per scomporre una situazione complessa in elementi più semplici.
  • Pensiero critico per distinguere fatti, interpretazioni e ipotesi.
  • Creatività per uscire dalle soluzioni già tentate senza risultato.
  • Ascolto per capire il problema dal punto di vista di clienti e collaboratori.
  • Prioritizzazione per decidere che cosa affrontare prima.
  • Resilienza per correggere il piano senza vivere ogni errore come un fallimento.

Leggi anche: Soft skills e life skills - qual è la differenza?

Un allenamento semplice e realistico

Per sviluppare questa competenza non servono necessariamente corsi costosi. Si può scegliere ogni settimana un piccolo problema professionale e annotare in 10-15 minuti il fatto osservato, le cause possibili, le alternative e il criterio con cui si è presa la decisione.

È utile anche rivedere il risultato dopo sette o quattordici giorni. La domanda non è solo “ha funzionato?”, ma “quale ipotesi era corretta e quale avevo dato per scontata?”. Questo passaggio trasforma l’esperienza quotidiana in apprendimento.

La formazione può accelerare il percorso, soprattutto quando include esercitazioni, simulazioni e casi vicini al proprio lavoro. Una lezione teorica offre concetti utili, ma la competenza si consolida quando bisogna applicarli a vincoli reali, come una scadenza stretta o un budget limitato.

Gli errori che fanno perdere tempo

Il primo errore è partire subito dalla soluzione. Quando qualcuno propone “facciamo un nuovo software” o “assumiamo una persona” prima di aver chiarito la causa, sta probabilmente trattando un’ipotesi come se fosse già una diagnosi.

Un altro errore comune consiste nel confondere urgenza e importanza. Un messaggio insistente può richiedere una risposta rapida, ma non per questo rappresenta il problema più rilevante per l’attività. Stabilire impatto e priorità aiuta a non lavorare sempre in modalità emergenza.

Si sbaglia anche quando si cercano troppe informazioni senza fissare un limite. Analizzare è utile, ma a un certo punto bisogna decidere. Per problemi a basso rischio può bastare un’analisi breve; per decisioni costose o difficili da annullare serve invece una verifica più accurata.

Infine, molte persone dimenticano il controllo finale. Una soluzione che funziona una volta potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo. Se richiede troppo tempo, crea nuovi errori o dipende da una sola persona, il problema è soltanto cambiato di forma.

La domanda utile da portare nel prossimo imprevisto

Quando compare un ostacolo, io parto da tre domande semplici. Che cosa sta succedendo davvero? Quale causa posso verificare? Quale soluzione posso applicare e misurare senza complicare ulteriormente il lavoro?

Queste domande non eliminano l’incertezza, ma impediscono di reagire in modo automatico. Il vero valore del problem solving sta proprio qui: trasformare una difficoltà in un ragionamento chiaro, una decisione sostenibile e, quando possibile, un processo migliore di quello che c’era prima.

Questo articolo ha carattere esclusivamente informativo ed educativo. Il materiale è stato elaborato con il supporto di moderni strumenti analitici e linguistici (IA). Prima di prendere una decisione, consulta un esperto.

Domande frequenti

Il processo parte dalla definizione concreta del problema, prosegue con l’analisi delle cause e la generazione di almeno due o tre alternative. Seguono la valutazione in base a efficacia, costi, tempi e rischi, poi l’applicazione e il controllo dei risultati.

Occorre descrivere il problema con fatti osservabili, ricostruire la sequenza degli eventi e chiedersi che cosa abbia prodotto l’ostacolo. I 5 perché aiutano ad approfondire l’analisi, mentre il diagramma causa-effetto organizza le possibili cause in categorie come persone, strumenti, procedure, informazioni e tempi.

I 5 perché sono utili per cercare la causa profonda, il diagramma di Ishikawa per problemi con più origini, il brainstorming per generare alternative e la matrice decisionale per confrontarle. Nella matrice si possono assegnare punteggi da 1 a 5 a criteri come costo, tempo, impatto e rischio.

Ogni settimana si può scegliere un piccolo problema professionale e dedicare 10-15 minuti ad annotare il fatto osservato, le cause possibili, le alternative e il criterio di scelta. Dopo 7 o 14 giorni è utile verificare il risultato e capire quali ipotesi erano corrette o date per scontate.

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problem solving pensiero critico brainstorming matrice decisionale diagramma causa-effetto

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Arcibaldo Mazza

Mi chiamo Arcibaldo Mazza e da 10 anni mi dedico a esplorare e condividere le dinamiche legate alla carriera, allo sviluppo professionale e al benessere del lavoratore autonomo. La mia passione per questo settore nasce dall'osservazione diretta delle sfide e delle opportunità che caratterizzano il mondo del lavoro indipendente, un ambito in continua evoluzione che richiede un approccio informato e proattivo. Qui su jobinprogress.it, mi impegno a rendere accessibili concetti complessi, analizzando tendenze, confrontando informazioni e organizzando le conoscenze in modo chiaro e utile per chiunque desideri costruire un percorso lavorativo solido e appagante. Il mio obiettivo è fornire contenuti accurati, aggiornati e facilmente comprensibili, per supportare concretamente la crescita e il benessere di ogni professionista autonomo.

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